Com’è giocare a rugby?

Il tarlo di questa domanda mi accompagna spesso perché ho sempre avuto la sensazione di non riuscire a spiegarlo in modo completo. Descrivere la bellezza del gioco, il legami che sono nati nonostante la diversità di età, di caratteri e di personalità, l’emozione che si prova ogni volta, la sensazione di essere parte di qualcosa di bello, non è cosa facile da raccontare. Quello che posso fare è usare un’immagine che tutti conoscono che rappresenti la mia passione per questo sport.

Non ci crederete, o forse si, ma una sana indigestione da terzo tempo aiuta ad avere micidiali visioni oniriche. In una di queste ho visto chiaramente la mia squadra come un tempio greco, e finalmente tutto è andato al suo posto.

Sì, perché è un esempio di bellezza riconosciuto universalmente,

perché anche noi abbiamo le colonne portanti, più o meno snelle,

perché anche noi abbiamo gli architravi, che sanno distribuire anche i pesi altrui in modo uniforme

perché anche noi abbiamo il timpano decorato da bassorilievi, dove mostriamo le nostre odissee

perché anche noi siamo un Nàos, pietre che si legano una all’altra per sostenere e difendere

perché anche noi proteggiamo nella camera più interna del nostro tempio un cuore.